Salgari Campus

CAMPUS ADVENTURE 2017

bimbo si cala con la corda


Salgari Campus Adventure 2017! L'estate all'insegna dell'avventura, imparando l'inglese!

Non il solito centro estivo… Quest’anno decidi di cambiare!

SALGARI CAMPUS ADVENTURE 2017

L’ESTATE ALL’INSEGNA DELL’AVVENTURA, IMPARANDO L’INGLESE!!

OUTDOOR CAMPUS PER RAGAZZI IN LINGUA INGLESE CONDOTTO DAI NOSTRI ISTRUTTORI ESPERTI FISSS (Federazione Italiana Survival Sportivo) CON ATTESTATO DI PARTECIPAZIONE!!

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News e aggiornamenti

Didattica

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“Il futuro dell’antropologia è didattico e geopolitico. Bisogna risolutamente collocare il nostro pensiero, le nostre religioni, i nostri poteri, e limiti, come individui e come società, nella prospettiva dell’evoluzione dell’uomo e della sua cultura. Dove possa portare la danza evolutiva non lo sappiamo, ma qualche mossa del destino umano è nelle nostre mani”. F.FEDELE


 ANTROPOLOGIA E DIDATTICA

(A cura di Beatrice Maolucci) 

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L’errore probabilmente sta nel considerare l’antropologia un campo destinato solo agli specialisti del settore, una scienza complessa e per questo “non per tutti”. Perché? Stiamo parlando dello “studio dell’uomo” e non dobbiamo dimenticare che l’unico soggetto-oggetto della materia siamo noi tutti, senza distinzione.

Si può leggere l’antropologia come un insieme “opportuno” di varie discipline afferenti e proporre dunque una didattica rivolta a tutti, perfino ai bambini delle scuole primarie, in vista di un’educazione e una sensibilizzazione interculturale e transdisciplinare (cioè che “attraversa le discipline”).

Ritengo che l’antropologia sia ricca di potenzialità in quanto sistema vivo, complesso e in evoluzione, ormai non più riconducibile alla semplice divisione “fisica / culturale”, “Scienze naturali / Scienze umane”, come se “umano” non fosse naturale e come se “cultura” non fosse scienza. Sarebbe dunque interessante poter finalmente vedere tutte le discipline collaborare tra loro in vista di uno studio comune (noi), senza nette divisioni e muri insormontabili ma in dialogo e “in rete” tra loro, sempre aperte a nuove prospettive e altri orizzonti.

In Europa, ultimamente, si sta affermando una nuova didattica che vede la genetica e l’evoluzione come il doppio cardine portante di un nucleo formativo definito “Formations-relais” (formazioni di scambio) suddiviso in tre macrosettori (Scienze umane, Scienze biologiche, Scienze ambientali) a loro volta comprendenti le seguenti undici discipline: Demografia, Linguistica, Etnologia, Storia, Archeologia, Paleontologia, Geografia, Ecologia, Patologia, Fisiologia e Genetica. Tutto ciò è Antropologia.

Il corpo umano non ospita solo i suoi geni ma anche quelli dei batteri che contribuiscono al suo funzionamento e dei virus che a volte lo compromettono. E’, in fondo, una colonia di organismi differenti, a volte in perfetta interazione e a volte in conflitto ma sempre in evoluzione perché non vive da solo. Anche il nostro pianeta si comporta come un organismo vivente, multiplo e complesso, dove tutte le parti singole non giocano da sole ma hanno bisogno della cooperazione. Questa ipotesi di “Gaia” si potrebbe applicare anche all’Antropologia: un “sistema” di discipline afferenti e in evoluzione che costituiscono un unicum “discreto”, in senso matematico (cioè uno spazio costituito da sottoinsiemi aperti) o una “galassia” in senso astronomico o una “rete” in senso informatico.

Anche l’Italia, ad alcuni sembrerà strano, sta muovendo i suoi passi; soprattutto l’Università di Milano Bicocca, con gli studi di Telmo Pievani, ha portato la biologia evoluzionistica e perfino la filosofia in seno all’antropologia, grazie a ricerche metadisciplinari.

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ANTROPOLOGIA E DIDATTICA DELLA COMPLESSITA’

 “Poiché tutte le cose sono causate e causanti,aiutate e

adiuvanti, mediate e immediate; e tutte sono legate da

un  vincolo naturale e impercettibile che unisce le più

lontane  e le più disparate, ritengo che sia impossibile

conoscere  le parti senza conoscere il tutto, così come

è  impossibile  conoscere  il  tutto  senza  conoscere le

parti” B. PASCAL

L’Antropologia risulta oggi un campo di indagine nel quale non ci si muove solo su competenze diverse ma si dialoga tra le medesime per poterle trascendere in termini di complessità. E’ un insieme sistemico non caratterizzato dalla semplice somma delle componenti ma piuttosto dal loro superamento in logica transdisciplinare. Potrebbe essere materia di insegnamento perfino nella scuola primaria ma la complessità richiede una elasticità intellettuale e una disinvoltura analitica che il sistema scolastico per ora non promuove, almeno fino all’Università. Tuttavia sarebbe interessante avviarla, individuando metodi di insegnamento adatti ai bambini.

Fin dalla scuola primaria ci insegnano ad isolare gli oggetti dal loro ambiente a separare le discipline e a separare i problemi (tentativo di ridurre il complesso in semplice) a separare ciò che è legato, a eliminare ciò che crea disordine e contraddizione nel nostro intelletto. Così i giovani perdono l’abitudine naturale a contestualizzare e a integrare i saperi. La cultura non si sta solo frammentando ma spezzando anche in due blocchi a partire dagli ultimi due secoli: quello umanistico e quello scientifico. Forse solo l’antropologia può indagare su questa dicotomia e tentare  una strada scientifico-umanistica, con auspicabili applicazioni anche nell’insegnamento scolastico di base.

Occorre forse “sorvolare” le materie e prendere le distanze dallo specifico (ormai sempre più reperibile anche su internet all’occorrenza) per esplorare il loro insieme non troppo da vicino, per affrontare la complessità a mente libera e disinvolta, osservando con una visione attenta ma “periferica” e non focalizzata, tutto ciò che si sta muovendo intorno.  Volendo usare una metafora musicale bisognerebbe fare come i Jazzisti, che preferiscono concentrarsi sul ritmo, sulla struttura generale, sull’intenzione e l’improvvisazione creativa rispetto alla scrittura originale. Sono pochissimo fedeli alle note del compositore ma discutono sempre intorno al suo progetto con “altri” strumenti. Il Jazz infatti è una musica complessa, sfuggente, impegnativa, esplorativa, libera ed intuitiva.

A questo ho pensato leggendo Edgar Morin, il filosofo francese del pensiero complesso, ispiratore di nuove frontiere didattiche e psicocognitive al quale alcuni ministri della pubblica istruzione europei hanno guardato, pensando a riforme dell’insegnamento che mirino anche a riforme del pensiero e interrogandosi sul significato stesso di “educazione”.

Come afferma Morin, le parole “educazione”, “formazione” e “insegnamento” sono, se prese isolatamente,  incomplete. L’educazione mira allo sviluppo di un essere umano, quindi è un concetto troppo forte. La formazione ignora che la missione della didattica è incoraggiare l’autonomia dello spirito (autodidattica). L’insegnamento invece ha un senso restrittivo perché legato solo agli aspetti cognitivi. Bisogna quindi parlare, per Morin, di “Insegnamento educativo”: “La missione di questo insegnamento è di trasmettere non il puro sapere, ma una cultura che permetta di comprendere la nostra condizione e di aiutarci a vivere; essa è nello stesso tempo una maniera di pensare in modo aperto e libero”. Si entra così nel “complesso” (“cum-plexum”: ciò che è tessuto insieme o intrecciato, oggi si direbbe “in rete”), che è diverso da “complicato”(“cum-plica”: ripiegato su se stesso). Dispiegare il complicato è un’operazione lunga ma ordinaria, perché sequenziale, lineare, deterministica; operare nel complesso invece no, non si possono sciogliere tutti i nodi e le connessioni ma occorre osservarli nell’insieme. Si raccolgono d’altra parte più funghi se non si posa lo sguardo su un punto specifico e si colgono segnali visivi periferici dalla complessità del sottobosco.

Occorre dunque “organizzare la conoscenza”. La prima finalità dell’insegnamento è stata formulata da Montaigne: “E’ meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Significa non accumulare il sapere ma ben disporlo, dedicarlo a un fine generale, dargli un senso.

La psicologia cognitiva dimostra che la conoscenza progredisce principalmente per sofisticazione, formalizzazione e astrazione dai particolari. Perciò lo sviluppo dell’attitudine a contestualizzare e globalizzare i saperi diviene un imperativo dell’educazione.

Come afferma Morin, anche il nostro privato è utile alla scienza, siamo l’unico campione di studio che permette autoverifiche. “L’antropologia che respinge la vita privata è privata di vita”. Se  i genitori e gli  insegnanti non dimostrano credibilità, passione, missione e convinzione, i ragazzi cercheranno sempre più di fuggire il complesso, l’impegno e la responsabilità e per non patire rimuoveranno i problemi. . “No pain no gain” ci dice la psicologia del comportamento. L’evoluzione ci ha forgiati per resistere alle avversità e trarne soddisfazioni (è “l’eustress” che aumenta le barriere immunitarie e libera serotonina), ma le nuove generazioni vengono private di stimoli, viziate, demotivate, protette e costrette a trovare scuse quando perdono il controllo dell’ambiente e del loro ruolo nella società (sono indirizzate al “distress”, che fa insorgere malattie psicosomatiche e depressioni). Come ebbe a dire Gandhi: “Se vuoi che i tuoi figli siano felici fa che abbiano un po’ di fame e un po’ di freddo”.

“La strada dei più alti desideri passa spesso per l’indesiderabile” e Morin dice “anche per l’incerto”. Conoscere significa anche accettare i limiti della conoscenza e perfino i suoi errori. La fallibilità del sapere è la sua stessa realtà, nelle scienze naturali come in quelle umane. La sua libertà sta nella sua incertezza. Certezza e verità appartengono invece alla fede religiosa, sono più rassicuranti ma non scientifiche. Conoscere e pensare significa dialogare con l’incertezza dentro la complessità. Nel nostro avvenire non è affatto prevedibile il “progresso storico” e tutte le previsioni rischiano il fallimento. Ogni insegnante deve agire da ottimista ma indicare anche le possibilità di fallimento. Esistono tre viatici, sia nell’azione in generale che nell’insegnamento:

  1. Prepararsi all’incerto senza rassegnazione
  2. Adottare una strategia e non un programma (chi insegna segue un programma ma la vita ci chiede strategia, serendipità e arte)
  3. Scommettere sul successo, perché la scommessa non è solo l’azzardo ma l’integrazione dell’incertezza nella speranza.

Insegnare a diventare cittadini consapevoli abbracciando un’identità terrestre (più che di stato, sociale o religiosa) dovrebbe essere il compito principale per un insegnante. Egli dovrebbe promuovere l’autoformazione dei giovani alla vita esponendo la realtà nella sua stupenda complessità (semplificarla troppo o esporla nei particolari fa cadere la tensione). Dovrebbe eliminare le “materie”, accorpandole e adottando una diversa strategia, distruggendo programmi e creando invece saperi.

Questo non è semplice e richiede tempo, ma si possono gia immaginare tre missioni diverse per i rispettivi gradi di insegnamento e in alternativa ai programmi tradizionali.

  1. Nella scuola primaria. Occorre alimentare le curiosità naturali dei bambini partendo da domande che riguardano l’essere umano (cos’è l’uomo? cos’è la vita, la società, il mondo, la verità? ) scoprendone la sua natura duplice: biologica e culturale. Da una parte si acquisirebbero così le basi della biologia e sarebbero inquadrate poi la fisica e la chimica. Dall’altra parte si scoprirebbero le dimensioni psicologiche, sociali e storiche. In questo modo, fin dal primi insegnamenti, le discipline sarebbero collegate in una conoscenza globale. Insegnare l’avventura dell’ominazione farebbe anche emergere le origini della cultura, del linguaggio, del pensiero simbolico e dell’organizzazione sociale e le materie, pur distinte, non sarebbero più isolate. Dei programmi attuali rimarrebbero solo l’insegnamento delle lingue, dell’aritmetica e dell’ortografia.
  2. Nella scuola secondaria (di primo e secondo grado). Qui potrebbe iniziare il dialogo tra cultura umanistica e cultura scientifica e la storia giocherebbe un ruolo chiave. I programmi dovrebbero essere sostituiti da guide di orientamento che permettono agli insegnanti di situare le discipline nei nuovi contesti: l’Universo, la Terra, la Vita, l’Uomo.
  3. Nell’università. Essendo il luogo della “conservazione” e della “rigenerazione” con missione “trans-nazionale” (cioè aperta anche ad altre culture), i suoi valori intrinseci dovrebbero essere: l’autonomia e la laicità della conoscenza. Per questo dovrebbero essere riorganizzate le facoltà, i dipartimenti e gli istituti per accorpare tutte le discipline in: “Facoltà della conoscenza” (che potrebbe riunire epistemologia, scienze cognitive, ecc..), “Facoltà della vita” (biologia molecolare, ecc.); “Facoltà dell’umano” (paleoantropologia, antropologia biologica, antropologia culturale, scienze umane e sociali, economiche integranti la polemica individuo-società-specie; “Facoltà della storia”; “Facoltà dei problemi mondializzati”; “Facoltà di lettere” (che comprenda anche cinema e teatro). Ogni Facoltà dovrebbe inoltre prevedere una parte epistemologica e transdisciplinare che prelevi il 10% di tempo dai corsi per far comunicare tra loro tutti i saperi e dedicata alla complessità.

 

PROSPETTIVE METODOLOGICHE PER UNA DIDATTICA NON LINEARE.

La linearità produce quasi sempre logiche concettuali che possono trasformare la didattica in un fine e non in un mezzo per conoscere. La conoscenza non è una strada predeterminata ma “un’esplorazione”cognitiva.La didattica non lineare infatti innesca la curiosità e l’attenzione dei ragazzi con dei punti d’interesse che catturano la loro fantasia e mettono in relazione i saperi acquisiti e le competenze. E’ questo lo spirito metodologico affrontato dal parco di Ecologia Umana “Salgari Campus” (dove circa 20.000 studenti l’anno praticano “l’avventura di conoscere” e col quale collaboro ormai da molti anni): una divulgazione antropologica semplice e “punteggiata”. Da un lato si propone la chiarezza (per dettare le conoscenze di base, con l’uso di parole e concetti facili), dall’altro alcune “trappole” culturali che mandano in crisi la linearità. Il Salgari Campus costituisce l’esempio di una didattica basata sull’osservazione e  l’interazione. Qui l’antropologia  si presenta in modo esplorativo e sperimentale lasciando aperto il campo delle deduzioni, facendo leva sul gioco e mettendo in campo prima l’esperienza e  poi la conoscenza. Anche il recupero di alcune abilità motorie per aumentare la resilienza psicofisica rientra nel programma.  Nelle lezioni preliminari che precedono le visite al Salgari Campus e vengono spesso svolte presso le scuole, si pongono le basi per l’esperienza diretta e il gioco di ruolo sul tema “paleoantropologico”; l’esordio è: Se ascolto dimentico, se vedo ricordo, se faccio capisco”, il vecchio proverbio cinese che riassume bene il metodo pedagogico, didattico e sperimentale adottato.

Al Campus i ragazzi stessi diventano soggetto e oggetto dello studio e questo può prestarsi a comparazioni e confronti sul campo. Tutte le materie studiate diventano allora afferenti ad una sola: l’osservazione e lo studio di noi stessi. I bambini vengono “iniziati” ad osservarsi come adulti, a sospendere le favole e ad iniziare il gioco del vero ripercorrendo in parte il percorso evolutivo. Un gioco poco sistematico e senza regole fisse, anzi spesso caotico e anche un po’ casuale ma non noioso e spesso sorprendente. Questo rispecchia il vero segreto della divulgazione: tutta la comunicazione si fonda sullo stupore. Di ciò, secondo me, ha bisogno l’Antropologia: di stupire e intrigare anche i non esperti, perché l’umanità, paradossalmente, riesce sempre a stupire chiunque e muove sempre ogni interesse.

La divulgazione antropologica non è ancora del tutto sistemica e si presenta ancora “caotica” ma da qualche parte approderà se potrà essere “comunicazione”.

 

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